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LO
STRANO CASO DELLA BICI DI LEONARDO |
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Un
disegno brutto ma stupefacente - Una vecchia «querelle» scientifica
- Parla l'esperto Mario Taddei |
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Alla
fine del XVI secolo Pompeo Leoni aveva formato un unico Codice,
denominato poi «Atlantico», unendo circa 1.300 carte
di Leonardo da Vinci. SecoIi dopo, tra il 1966 e il 1969, i monaci
del laboratorio di restauro di Grottaferrata furono incaricati
del restauro di quei documenti. Separarono due fogli che erano
stati piegati a metà e incollati insieme nel XVI secolo
e videro qualcosa che non avrebbe dovuto esserci: due
disegni osceni, la caricatura di un uomo e la figura, disegnata
con tratti pueriIi, di una «bicicletta».
Visionato il documento, lo studioso di Leonardo da Vinci Augusto Marinoni
( 1911-1997) giunse alla conclusione che non si trattasse di un disegno di
Leonardo, ma delIa schizzo di un suo allievo che aveva copiato un progetto
del maestro che però era andato perduto. Lo studioso era anche certo
che il disegno risalisse al 1493, data in cui Leonardo aveva disegnato una
catena a denti cubici che oggi figura suI Codice di Madrid. Nel 1493 Leonardo
aveva già ideato
la bicicletta. La tesi, supportata dalla stupefacente immagine del veicolo
su due ruote, ebbe grande successo popolare.
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Tuttavia
venne anche avversata da alcuni studiosi, in particolare da Hans-Ehrard
Lessing, già curatore del Museo di Tecnologia di Mannheim. Ci fu chi
accusò lo stesso Marinoni di aver disegnato I'oggetto di suo pugno.
Altri attribuirono il «falso» ai monaci di Grottaferrata. Sia
Marinoni sia i monaci hanno difeso fino alia fine la loro tesi, confortati
fino a una decina di anni fa dalla difesa di altre personalità (in
un articolo apparso sul Corriere della Sera il 9 maggio 1999 si accennava
al presidente di «Arte e storia» Marco Turri e al direttore del
Centro di Storia della Tecnica del Cnr Carlo Maccagni). Ma è possibile
oggi pronunciare una parola definitiva per dirimere la colta «querelle»?
Mario Taddei è convinto di sì. Lo abbiamo rintracciato durante
gli ultimi preparativi della mostra a Vigevano «Il laboratorio di Leonardo
- I codici, Ie macchine e i disegni» organizzata dal centro di ricerca
e media company «Leonardo 3» di cui Taddei è uno dei tre
fondatori. «Leonardo 3» ha realizzato prodotti editoriali, numerose
mostre e un'edizione digitale del Codice Atlantico.
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« La
storia è abbastanza complicata, ma anche affascinante»,
spiega Taddei. «Sul foglio 133 recto del Codice
Atlantico si trova un progetto di Leonardo su un castello difensivo
abbastanza
moderno. Questo foglio è strappato. Quello successivo è il
132. I due fogli hanno una caratteristica strana: quando erano
assemblati nel Codice Atlantico della Hoepli, quello di Pompeo
Leoni, la parte del retro non era visibile perché era
incollata. Durante il restauro, staccando tutti i fogli, si è potuto
vedere il retro. Due anni fa abbiamo ricostituito
digitalmente il foglio così come appariva nell’originale.
Abbiamo cioè incollato e restaurato i due fogli, ricostruendo
anche quei due centimetri di foglio che mancavano nel centro.
Nel foglio completo, da una parte si vede il progetto della fortificazione.
Un foglio fu piegato in due da Leonardo, si vede benissimo. Secondo
me, dall’altra parte del foglio Leonardo non ha messo mano... ».
Ma cosa si vede su questa parte? (Al centro, in alto, la caricatura
di una persona col naso molto lungo e una maglietta a laccetti. In
basso sono disegnati due falli con le zampe.
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Salai' e l’unica
scritta che si trova. È scritta,
da sinistra verso destra, con lo stesso carboncino con cui sono
stati disegnati i falli e la caricatura». Che cosa significa
Salai’?
«Salai’ e
il nome, storicamente documentato, di un allievo di Leonardo.
E quindi molto probabile che questi disegni siano stati fatti
da allievi di Leonardo che si prendevano in giro a vicenda.
Probabilmente un allievo ha fatto la caricatura di Salai’. Se
l’avesse
fatta lui, infatti, non avrebbe scritto il suo
nome. Oppure Salai’ ha fatto i due disegni dei falli
in basso e qualcun altro ci ha aggiunto sopra il ritratto».
Insomma, sono disegni fatti da qualche allievo
di Leonardo. « Sì.
Anche perché tutti questi disegni sono fatti a carboncino,
lo stesso carboncino che si trova in altri fogli del Codice
Atlantico.
Guarda caso con altri disegni erotici».
Come fate ad essere certi che non si tratti di disegni di Leonardo?
«Se lei sfoglia i disegni di Leonardo per dieci minuti, abitua I’occhio
al suo tratto e si rende conto che non può essere stato lui a fare quei
disegni».
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E
la bicicletta?
«Ci stiamo arrivando. Gli allievi di Leonardo hanno lasciato
vuote due parti del recto del foglio in questione, quella in alto
a destra
e quella in alto a sinistra. Nella parte in alto a destra figura
il famoso disegno della bicicletta, ruotato di novanta gradi».
Cosa significa questa rotazione?
«Significa
che non fa parte dello stesso periodo e nel quaIe sono stati fatti
gli
altri disegni. Ma soprattutto né lo stile, né il tratto,
né il colore della penna usata sono di Leonardo o dei
suoi allievi. Se guarda i cerchi delle ruote, per esempio,
sono ripassati tre volte e non si chiudono su se stessi. Leonardo
fa cerchi perfetti perché Ii disegna col compasso».
Ma fino a non molto tempo fa diversi studiosi sostenevano che
la bicicletta era stata disegnata dagli allievi di Leonardo che
avevano copiato un suo dlsegno andato perduto.
«Molti musei utilizzano ancora oggi questa tesi per
difendere la paternità leonardesca
della bicicletta. Ma è completamente sbagliata. Non si
capisce perché la bicicletta non sia stata
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disegnata
a carboncino come gli altri schizzi della pagina».
Come è stata
realizzata?
«È un bicolore. Ci sono Ie linee di contorno fatte con una penna
scura sottile e il riempitivo è fatto con un carboncino marroncino, non
nero. Quel tipo di carboncino marroncino non si ritrova in nessun altro
foglio a parte questo. Leonardo non ha mai fatto questo accostamento cromatico,
se non nei dipinti o nei disegni artistici. Insomma, lo stile non è quello
di Leonardo o dei suoi assistenti. Ma c’è un argomento ancora più forte
da considerare». Quale?
« Ammettiamo per un momento che fosse il loro stesso stile. Ebbene,
io conosco tutti i seimila i manoscritti di Leonardo e in nessuno di questi si
ritrova
un abbozzo di questo progetto. Ebbene: di qualsiasi macchina disegnata da Leonardo
si ritrovano sicuramente uno o più abbozzi di meccanismi. Quando Leonardo
disegna, infatti, ripropone quello stesso appunto almeno venti volte in altri
fogli: o completo, o in fase di abbozzo, o nei dettagli dei meccanismi. Di questa
bicicletta,
invece, non si ritrova niente».
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Eppure
c’è chi sostiene che questo disegno della bicicletta
rinvii ad altri disegni del Codice di Madrid che rappresentano
un prototipo di
catena di bicicletta, appunto.
«
La catena esiste, in effetti. II suo disegno si ritrova, se non
mi sbaglio, a pagina 20 del Codice Madrid I, il trattato
di meccanica di Leonardo Da Vinci. Questa catena, però,
non è messa in orizzontale, ma in verticale. E quel
tipo di catena, con Ie altre disegnate da Leonardo serve per
trasmettere il moto nelle pompe d’acqua. Quella stessa
catena si ritrova poi in altri disegni di pompe d’acqua
con la carrucola che fa funzionare un meccanismo a manovella.
Se lei però prende una di queste catene disegnate da Leonardo,
non studia il contesto nel quale appare, la estrapola dal discorso
del funzionamento delle pompe idrauliche e la gira in orizzontale,
fa un errore madornale. Per studiare una macchina bisogna
collegarla a tutta la rete dei suoi manoscritti».
Ma allora che cosa è stato fatto con questo disegno della
bicicletta?
«L’errore
e stato prendere il disegno della bicicletta, ritagliarlo, isolarlo
dal foglio; poi prendere
la catena, ritagliarla, isolarla dal foglio, girarla di novanta
gradi e alla fine mettere vicine queste due
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immagini.
A quel punto se uno non è un esperto, può essere
indotto a pensare che Leonardo abbia veramente ideato la bicicletta».
Resta un mistero, il principale: chi ha disegnato la bicicletta?
« Non lo so. C’è chi sostiene sia stato il
ricercatore Marinoni che in questo modo voleva dimostrare di avere
scoperto un disegno
mai visto. Devo però dire che un esperto come Marinoni conosceva
benissimo il tratto di Leonardo e se davvero avesse voluto falsificare un suo
disegno lo avrebbe fatto con un tratto più somigliante».
E allora chi è stato?
«
II disegno mostra un modello già evoluto.
Tutti sanno che prima di giungere al modello che conosciamo c’erano
altri tipi di bicicletta, come i velocipedi. Guardando al disegno,
penso che l’unica
certezza che si possa ricavare e che qualcuno abbia disegnato un modello già esistente
di bicicletta. Siamo quindi dopo l’Ottocento. Non so quando, ma dopo. D’altra
parte sul Codice Atlantico esistono moltissimi altri disegni posteriori
a Leonardo».
Tutti sul retro dei fogll?
«
No. Anche suI fronte». |
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Se
tutto questo è successo per la bicicletta, allora può essere
successo per chissa quanti altri disegni di Leonardo.
«Il fatto è che prima nessuno aveva la
possibilità di
accedere ai codici. Bastava quindi che un editore ritagliasse
questa o quest’altra figura, scrivesse che quel disegno
faceva parte del Codice Atlantico e poi il lettore faceva uno
più uno e pensava che Leonardo avesse effettivamente inventato
la bicicletta. Lo ha pensato uno, poi l’hanno pensato in
molti e oggi tutti pensano che Leonardo abbia inventato la bici».
Mi faccia capire: e II carrarmato? Le macchine volanti? Tutte bufale?
«Guardi,
noi il carrarmato o il paracadute non li abbiamo nelle
nostre mostre perché non sono progetti originali di
Leonardo. Prendiamo Ie macchine da guerra: in molti casi Leonardo
ha interpretato e modificato, per esempio, i modelli del “De
re militari” di
Roberto Valturia, un trattato bellico che Leonardo conosceva
molto bene. Il vero segreto di Leonardo è che lui studia,
si documenta. Non si limita a copiare e basta. Interpreta, ridisegna
e migliora.
Alcune macchine belliche Ie migliora a tal punto da innovarle.
Si può quindi parlare di innovazioni leonardesche, non
di invenzioni. AItre sono semplici copie leggermente migliorate».
Anche II famoso carrarmato?
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«Anche
quello. È un disegno che ha fatto solo per impressionare
il Duca, ma quella macchina aveva dei difetti tecnici che Leonardo
non poteva non conoscere. Mentre la bombarda multipla, che noi
abbiamo in mostra è modificata in modo da andare sull’acqua.
Muovere venti
cannoni sulla terra su un trabiccolo del genere era impossibile,
portarli sull’acqua sopra una piattaforma di legno, invece,
era possibilissimo... ».
Che mi dice
delle macchine volanti di Leonardo?
«Che non esistono. In realtà Leonardo ha realizzato degli animaIi
meccanici: il pipistrello meccanico, il nibbio meccanico eccetera».
E la cosiddetta «automobile»?
«Non era un’automobile. Era un piccolo oggetto teatrale, una
specie di scatola meccanica che serviva per muovere dei pupazzi».
Facciamola
corta: quali sono Ie vere macchine di Leonardo?
«Ce ne sono tantissime ancora non scoperte. La nostra missione e quella
di trovarle tutte tra gli oltre seimila manoscritti. Ci fosse solo una macchina
per ogni foglio (ma in realtà ce ne sono di più) allora esisterebbero
seimila oggetti. Di volta in volta ne scopriamo sempre di nuovi. Nella mostra
di Vigevano Ie macchine particolari mai viste prima sono il “Leone Meccanico”;
la “Clavi-Viola” (uno strumento musicale che unisce un violino a
uno strumento a tastiera) e il Robot-Soldato che è un umanoide da guerra». |
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